Adesso Italia

Approfondimenti3/9/2026

Il software engineering e il cambiamento in atto

il punto di partenza

L’AI ha reso possibile produrre software a una velocità superiore. Ma la velocità, senza una chiara direzione, non genera valore: serve un metodo per distinguere ciò che funziona davvero da ciò che genera soltanto complessità… Questa pagina raccoglie il nostro punto di vista sulle forze che stanno ridefinendo l’IT e sul ruolo che CIO e Direzioni IT possono giocare per guidarle con consapevolezza.

Un cambiamento di portata storica

Nel 1968, la conferenza di Garmisch affrontò la cosiddetta “crisi del software”: ovvero, i sistemi diventavano troppo complessi per i metodi con cui venivano costruiti. Da quel momento nacque l’ingegneria del software come disciplina fondata su principi, processi e responsabilità. Oggi viviamo un secondo momento di questa portata, con una simmetria quasi ironica: allora la capacità di produrre software non bastava a stare al passo con la complessità; oggi l’AI può generare codice più velocemente di quanto i processi di progettazione, verifica e governance riescano a comprendere. La sfida, ancora una volta, non è solo tecnologica. È ingegneristica: definire nuovi metodi, responsabilità e forme di controllo all’altezza delle nuove capacità.

Distinguere il segnale dal rumore

Il mercato è saturo di narrazioni miracolose sull'AI: accelerazioni istantanee, demo che sembrano risolvere problemi complessi in un attimo. La realtà nelle aziende è più moderata. Gartner colloca oggi la GenAI nella "fossa della disillusione" e stima che fino al 2028 almeno la metà dei progetti supererà i costi a budget per scelte architetturali carenti e mancanza di know-how operativo. Secondo il MIT, il 95% dei progetti pilota di AI generativa non ha generato ritorno economico tangibile, a fronte di una spesa stimata tra i 30 e i 40 miliardi di dollari. Non stupisce che molti C-level si sentano sospesi tra entusiasmo e timore di restare indietro: nel CEO Study 2025 di IBM, il 64% degli amministratori delegati ammette di investire più per paura che per reale comprensione del valore. La risposta non è né fiducia cieca né scetticismo di principio: è un metodo che distingua ciò che genera valore in produzione da ciò che funziona soltanto in una presentazione.

Il valore sostituisce l'effort

Un'applicazione non è mai valsa per le giornate impiegate a realizzarla, ma per l'importanza del problema che risolve. Per decenni il tempo è stato una comoda scorciatoia per stimare costi e prezzi; oggi, con l'AI che comprime i tempi di sviluppo, quell'approssimazione non regge più. Le domande dei committenti sono già cambiate: non più "quante giornate servono?", ma "quale problema risolviamo, quale indicatore migliora, come si passa dall'esperimento alla scala industriale?". È il passaggio da una logica di effort a una logica di outcome: un costo operativo che scende, un time-to-market che si accorcia, un rischio che viene neutralizzato. È una transizione che ridefinisce non solo i modelli di pricing, ma il senso stesso della relazione tra chi realizza software e chi lo commissiona: chi cerca eccellenza può scegliere partner capaci di collegare il lavoro a obiettivi misurabili e di assumersi responsabilità sul risultato.

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Generiamo valore

Autonomia non significa solitudine

La tensione tra autonomia e dipendenza si manifesta su due piani. Sul piano organizzativo, l'AI rende accessibili attività che prima richiedevano capacità di sviluppo più ampie, e può spingere a internalizzare la produzione software. Ma produrre più codice non significa essere più autonomi: la ricerca DORA mostra che l'AI amplifica capacità e debolezze già presenti, e i benefici della velocità vengono assorbiti dai colli di bottiglia in testing, sicurezza e deployment quando le fondamenta non sono adeguate. Sul piano tecnologico emerge un apparente paradosso: il costo della singola inferenza scende rapidamente, ma l'Agentic AI moltiplica il numero di inferenze necessarie per ottenere un risultato e l'indipendenza non coincide semplicemente con l'eseguire un modello localmente, perché ogni deployment resta inserito in un ecosistema interdipendente di hardware, infrastruttura, dati e competenze. Su entrambi i piani, l'autonomia non è possedere ogni componente, ma scegliere e governare consapevolmente le proprie dipendenze, garantendo giuste competenze, interoperabilità, portabilità e la possibilità di sostituire partner e tecnologie.

Il fattore umano torna decisivo

L’era agentica trasforma il mestiere di chi costruisce software: la maestria si sposta dalla scrittura del codice alla capacità di istruire, coordinare e monitorare sistemi che operano in autonomia. La telemetria di Faros AI su oltre 22.000 sviluppatori misura lo spostamento: il 98% di pull request integrate in più per persona, ma anche il 242% di incidenti in più e tempi di revisione cresciuti del 441%. Il vero differenziale non è la macchina, ma l’interprete umano che garantisce la governance della qualità, del rischio e della coerenza del risultato. Lo stesso vale per le relazioni: Gartner prevede che oltre il 40% dei progetti di AI agentica sarà cancellato entro il 2027 per costi crescenti, benefici incerti o controlli di rischio inadeguati. Nelle decisioni ad alto budget e ad alto rischio, i decisori non cercano soltanto tecnologia: cercano presenza, ascolto, continuità. La governance del cambiamento diventa essa stessa parte del servizio.

il messaggio chiave

Messe insieme, queste forze descrivono un contesto che non premia lo scatto, ma la traversata: un percorso lungo, che richiede metodo, governance e una visione capace di guardare oltre l'entusiasmo del momento. È in questo scenario che si ridefinisce il ruolo della Direzione IT, non custode della tecnologia esistente, ma regista di una trasformazione che genera valore reale e affidabile.

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